La fame, il barrio criminale, le trasferte in bicicletta e il papà che vendeva limoni: la favola di Roberto Pereyra, il jolly vicino al Napoli

Rassegna Stampa  
La fame, il barrio criminale, le trasferte in bicicletta e il papà che vendeva limoni: la favola di Roberto Pereyra, il jolly vicino al Napoli

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Roberto Pereyra è uno dei nomi caldi in chiave Napoli. Il jolly della Juventus in caso di fumata bianca dopo ore frenetiche di contrattazioni col club partenopeo potrebbe vestire la terza maglia italiana dopo le esperienze in bianconero prima all'Udinese e poi agli ordini di Allegri. Ma vale la pena consocere la storia di questo jolly tuttofare, è davvero emozionante. Ecco un estratto di un'intervista rilasciata al QS in cui parla del suo passato in Argentina,

Quando si guarda indietro a cosa pensa?

“Che è stata dura, durissima, nessuno mi ha regalato niente”

A chi deve dire grazie?

“Alla mia famiglia. A casa lavorava solo mio padre, quando non lo faceva, non si mangiava. Se non c’erano soldi non potevo andare ad allenarmi, perché non potevo comprare il biglietto del pullman. La bicicletta non riuscivo ad utilizzarla sempre. Gli sarò sempre grato, senza di loro non sarei arrivato da nessuna parte”.

Ha vissuto la stessa esperienza di Tevez?

“Dove abita Carlos è ancora più dura, nel mio quartiere c’era la droga, la criminalità, non gli omicidi. Il calcio mi ha saltato. Ha reso la mia vita una favola, sono riuscito a fare quello che sognavo”

Quando ha pensato, sì voglio fare il calciatore?

“Quando ero piccolo, in strada, come tutti i ragazzi in Argentina cresciuto con il mito del calcio. A 10 anni cercavo di imitare i miei idoli, di fare il gol o la giocata alla Maradona”

Dalla strada al campo, il passo come è stato?

“Lunghissimo. Ho iniziato a giocare a Uta, già da piccolo volevo fare il centrocampista, una persona che abitava a fianco di casa mia ha portato a giocare me e suo figlio. E’ andata bene. Tutto è iniziato lì, ci sono rimasto 5 anni, lavoro, allenamenti, sacrifici”.

Ne ha viste e passate tante.. “Da Tucuman a Bueno Aires ci sono più di 1000 chilometri, per giocare all’inizio andavo con il pullman, 15 ore, a Mar del Plata erano addirittura 20 ore, l’aereo costava troppo, non c’erano i soldi neanche per mangiare”

E poi? “E poi un giorno mi hanno inserito in una rappresentativa di Tucumano, dove sono nato, ci hanno portato a giocare a Mar del Plata, a Buenos Aires, mi hanno visto e così ho iniziato con i Cadette di San Martino. Lì mi hanno visto gli osservatori del River e mi hanno fatto il contratto, il primo da professionista. Avevo 17 anni”.

Chi l’ha “scoperta” e portato al River?

“Juan Esnaider. Devo ringraziare anche il mio amico Sergio, che mi è stato vicino e mi ha aiutato”

A chi ha telefonato dopo aver firmato il contratto con il River?

“A mio padre e a mia madre, gli ho chiesto cosa volevano come regalo, gli ho detto questo è tutto vostro, senza di voi non sarei diventato un professionista. Gli ho dato un po’ di soldi, a mia mamma gli ho comprato una casa perchè il quartiere dove sono nato le condizioni stavano peggiorando, mia sorella abita ancora lì

” Cosa si è regalato?

“Una macchina, mi serviva per girare, per andare ad allenarmi, così portavo anche qualche compagno di squadra”

Quando le mancano l’Argentina e la sua famiglia? “Tanto, qualche volta mi vengono a trovare, si fermano un mesetto, mio papà lavora ancora in un’azienda che esporta limoni, mia mamma guarda mio fratello più piccolo”.

Quanti siete in famiglia? “Ho due fratelli e una sorella”.

Ci racconta un aneddoto dell’Argentina?

“Ce ne sono tanti, giocavo a calcio in un posto vicino a casa, c’era una donna che non voleva, facevamo casino (risata, ndr), la palla andava a casa sua, con un coltello ha rotto il pallone, prima di prenderne un altro è passato qualche giorno”

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