Ultime news SSC Napoli - La carriera, l’infortunio e il ritiro con Antonio Conte: Gennaro Iaccarino si è raccontato ai microfoni di La Casa di C – Talk:
“Seguo il Napoli da quando sono bambino: ero un tifoso prima ancora di diventare di proprietà del club”, ci tiene a specificare Gennaro Iaccarino. Maritima urbs, così la definì Tito Livio. Ma Napoli, oltre a rappresentare la sede del mito della Sirena Parthenope, è la città della pizza, del sole, di Maradona. Ed è la casa del centrocampista classe 2003, ora al Gubbio. “Ma qui in Umbria mancano il sole e il mare”, confessa ridendo.
Cresciuto con l’azzurro nel cuore, il giocatore iniziò il suo cammino con il Napoli da adolescente: la Primavera e il ritiro con la Prima Squadra poi. Un viaggio perfetto, se non per quei mesi che l’hanno costretto a stare distante dal campo:
“Mi feci male alla prima di campionato, a Bologna. Sentii qualcosa di strano al ginocchio”, racconta. “Sono stato fortunato: la mia famiglia mi ha aiutato molto”.
Una volta rientrato, Iaccarino segnò. E ricorda ancora quel gesto di Koulibaly negli spogliatoi: “Fece vedere la mia cicatrice sul ginocchio e parlò con Ghoulam”. Diciottenne e con la fame negli occhi, il classe 2003 si fermò per oltre 200 giorni. Ma in fondo al tunnel, c’è sempre la luce. Gennaro la scovò e se ne prese una piccola parte. Dopo l’esperienza in prestito a Monopoli, fece ritorno nella sua terra e partecipò alla preparazione estiva con Antonio Conte.
“È stata un’emozione affrontarla con giocatori di quel calibro. Poi ho avuto l’onore di conoscere Conte, uno dei migliori allenatori italiani. Sono stati due mesi duri: tutti sanno cosa significa il ritiro estivo con lui (ride)”. E alla domanda su chi fosse il più forte, risponde: “Senza dubbio Kvicha. L’ho visto da vicino e direi lui. Ma all’epoca anche Mertens e Zielinski”.
Si potrebbe dire che Iaccarino sia cresciuto a pizza – “il mio piatto preferito” – e pallone: “Da piccolo dormivo con i palloni e giocavo con mio fratello. Ricordo che un giorno uscii da scuola e mi portarono direttamente al campo con il grembiule, mi cambiai e inizii a dare i primi calci. Non ho più smesso”.
La famiglia è il suo faro, lo si capisce da come ne parla:
“Non ha valore quello che fanno e che hanno sempre fatto. Fanno i chilometri e vengono a vedermi giocare. Ho un fratello più piccolo e una sorella più grande: ci sentiamo spesso e ho un legame bellissimo con tutti loro. Cerchiamo di colmare la distanza. Scendo ogni due o tre settimane e la prima cosa che faccio è trascorrere del tempo assieme”.